Fortuna critica

Della  mostra  “Segni innocenti”,   che è la I^ personale tenuta a Campobasso, presso  la Galleria Artes Contemporanea,  dal 18 maggio al 15 giugno 2013, il cui  titolo  è stato ideato dalla penna dell’amico ed artista campobassano Domenico Fratianni  che ha voluto  omaggiare il collega con il seguente testo critico a corredo dell’evento:

“[…] Ci sono momenti particolari in cui il dettato pittorico si trasforma in atto consolatorio; momenti che si rivestono di colori e luce i cui filamenti-come in un brillio pirotecnico-si accostano  all’animo, per decantarlo.

Leonardo Pappone, da sempre amante dell’arte, compie, imprevedibilmente, una traettoria liberatoria, usando segni e colori che diventano strumenti di innocenza. Non ha bisogno di strutture particolari, perchè, il suo, è un crepitare di mortaretti colorati che ricordano gli incantamenti dell’infanzia. E diventa superfluo anche tentare riferimenti culturali (l’arte  astratta  e  musicale di Kandinskij o quella gocciolante e tumultuosa di Pollock?), perchè Leonardo Pappone parte da un sogno fanciullo che ha bisogno di deflagrare; un bisogno terapeutico tutto suo per riempirsi gli occhi di luce. Diventa allora chiaro che  Leonardo compie un percorso alla ricerca dell’innocenza perduta, per tentare di riempire  la sua vita attraverso la ricerca di un poco di felicità.”

Silvia Valente, curatrice dell’esposizione e critica d’arte, scrive  :

“[…] Prendo in prestito, con il beneplacito del suo ideatore, l’artista Domenico Fratianni, la frase che titola la mostra e che ritengo, nella sua suggestiva semplicità, assolutamente in grado di trasmettere il senso vero e profondo di questo “racconto”.

Si, una mostra è anche questo o, forse, lo  è  prima  di ogni altra cosa. Questo è il racconto di un uomo che ha scelto di svelarsi e reinventarsi in un mondo colorato fatto di tele, pennelli e coraggio ed è attraverso i suoi lavori che il viaggio   si trasforma, mutando i protagonisti nel tentativo di condividere, in chiave quasi osmotica, l’esperienza di un vissuto, il valore che convenzionalmente attribuiamo alle cose e lo scalpitio incalzante di un desiderio rinnovato, una passione e una rinascita.

Il sapore è antico e l’eco del baudelairiano “invito al viaggio” sembra accompagnarci nei mondi di Leopapp, tanto diversi quanto familiari, vicini all’immaginario comune della Fantasia, un collage onirico e primitivo di forme, segni, colori e figure il cui autore ci svela con garbo e discrezione aprendoci, questa volta non metaforicamente, le porte di uno spazio intimo e suggestivo.

L’animo è nudo e il linguaggio si fa importante allorquando soggetto e oggetto mutano la reciproca tensione, il segno si disperde in forme altre per farsi indipendente, allusivo, ammiccante. Leopapp gioca, si destreggia scaltramente e con coscienza lungo un percorso solo apparentemente caotico che svela, in realtà, l’ambizione più alta del voler assaggiare il gusto del vivere appieno, della libertà totalizzante scevra da rigide congetture, gabbie di “storie” già scritte e visioni costipate dell’esistere.

L’arte di LeoPapp è un atto libero e liberatorio e, in quanto tale, vulnerabile: non vi è presunzione, arroganza intellettuale o citazionismo di maniera; non è uno “sfogo” paranoico e compulsivo. Osservare i suoi lavori presuppone la cancellazione di ogni qualsivoglia sovrastruttura mentale, è un lancio nel vuoto, nella reminiscenza dell’infanzia: non c’è da ragionare – se non a posteriori – ma la visione è lieve e giunge ad essere supposizione di se stessa. E così percorriamo i suoi paesaggi urbani, ci  tingiamo di rosso e riviviamo per un istante l’irriverente cultura Pop, attraversiamo le atmosfere british dei suoi “incroci”, ci perdiamo nei misurati labirinti geometrici e osserviamo stupiti le icone stilizzate di matrice primitiva.

La vita si colora e Leopapp non si risparmia …

L’amico Fratianni ne ha colto appieno l’intento e ogni rimando, confronto o comparazione che dir si voglia si rivela del tutto inconsistente. La pittura di Leopapp non vuole rappresentare ma solo riferire ed è questa la chiave di volta che sostiene e fortifica la sua produzione, la personalizza caricandola di un’enfasi emotiva di grande impatto comunicativo. Dipingere è una presa di posizione importante e osservare diventa un atto di responsabilità: la realtà è nascosta e, come scrive Susan Sontag, “è necessario svelarla”. Leonardo ci mostra se stesso nella sua totalità, senza filtri si lascia andare ad una ulteriore scoperta di sé, si lascia scrutare fino in fondo e consegna alla pittura il passepartout dei suoi pensieri, confidando in una loro trasmissione che sia la più chiara e limpida concessione di un uomo ai suoi simili”.

 

 

“Flash City” è la personale di Roma presso la sede del CNA in viale Cardinale  Guglielmo Massaia,  31  dal 22 al 29 novembre 2013. Della rassegna “Flash City”, scrive la curatrice della mostra e direttore artistico  di NWart Roma,  l’architetto Antonietta Campilongo :

“[…] Leonardo Pappone sceglie il mezzo informale per lavorare sul colore e sul significato che esso assume nel momento stesso in cui viene utilizzato. La materia pittorica serve a comporre  forme e segni, grazie al continuo processo di sovrapposizioni e sconnessioni. La superficie della tela   consente continue sperimentazioni volte ad individuare dimensioni diverse dalla presente, quasi appartenessero al mondo interiore, caratterizzate da spazi, oggetti e luoghi, in cui i pieni e i vuoti, il dentro e il fuori, si misurano e si rimandano reciprocamente. Attraverso un gioco di frammentazioni, di sovrapposizioni di forme e colori, Leonardo Pappone ci parla del continuo evolvere dei pensieri e delle esperienze umane.

La non figurazione è il mezzo che Leonardo Pappone predilige per meglio rendere gli aspetti di interiorità, per descrivere agevolmente, senza tante distrazioni, l’aggrovigliarsi dei concetti, dei pensieri. Tuttavia non c’è un distacco completo dalla realtà; la forza degli accenti cromatici e l’incisività del segno acquistano spesso una parvenza figurativa che innescano nello spettatore un senso di inspiegabile attrazione e di dejà vu. Colore, dunque, ma anche dinamismo. Tutte le sue tele sono pervase da un dinamismo accentuato che trasmette movimento, ma anche una certa ansia, frenesia, forse quella corsa continua in cui più o meno tutti gli ‘abitanti’ della città contemporanea sono immersi. Uno specchio a mio avviso molto fedele del nostro ‘oggi urbano’, uno sguardo lucido ma allo stesso tempo non pessimista.

L’artista sbalza la visuale oggettiva dalle angolature di una impressione veloce di linee cromatiche, di forme e tracciati. Impressione, che però è la vera protagonista dello spazio, il vero fulcro di interesse per la ricerca e la sperimentazione creativa. L’artista non li rappresenta in modo realistico, ma attraverso un’interpretazione soggettiva, che richiama immagini mnemoniche e sintetiche di tutte quelle cementificazioni anonime e scomposte che continuano ad essere realizzate, con un processo progettuale generico ed indifferente, ai margini del caos metropolitano”.

 

 

Il Prof. Lorenzo Canova ,  storico d’arte e critico d’arte, scrive :

“[…] Nei suoi quadri Leopapp cerca la densità della materia cromatica, la vibrazione delle stesure, l’intensità sintetica della pennellata per restituire la pulsazione vitale della città, il fermento della metropoli elettrica rinnovato nell’intreccio degli azzurri   e nella seriale scansione delle geometrie e delle architetture sovrapposte nello spazio”.

Antonio Petrilli,  ha scritto :

“[…] Quando un mio amico mi invitò a visitare una mostra di Leonardo Pappone (in arte Leopapp) al Museo di San Bartolomeo, pensavo di vedere la solita esposizione di opere di un artista poco noto perché poco bravo. Invece fui subito colpito da una serie di paesaggi metropolitani realizzati con una originale tecnica compositiva che mi ricordava il gioco d’infanzia delle “costruzioni”.

L’apparente solitudine dei paesaggi mi faceva pensare all’invisibile brulicare di vita presente in quelle enormi costruzioni. Ed espressi subito la mia preferenza per quei lavori.

Successivamente sono venuto in contatto con la serie dei graffiti, di indubbio interesse per gli infiniti messaggi in essi contenuti. L’unico rischio da evitare è quello del “déjà vu”.

Ma il lavoro che più di tutti mi ha affascinato di Leopapp è sicuramente “Ground zero”, un misto di arte concettuale ed arte materica realizzato in colore argento, intrigante perché spinge  lo spettatore a riflessioni di tipo morale ed esistenziale mediante una immagine esteticamente affascinante.

Ed ora la nostra curiosità riguarda gli sviluppi futuri di questo artista certamente molto interessante”.

 

 

Della  rassegna  “ Habitat Urban” tenuta a Campobasso negli spazi  della Fondazione Molise Cultura,  dal 14 giugno al 14 luglio  2014, con tantissime opere esposte,  il curatore  Prof. Lorenzo Canova, scrive:

Le parole e le forme della metropoli

“[…] La città del nostro presente con i suoi edifici, con il suo caos di scritte e graffitiche istoriano strade e piazze, le architetture del presente e del futuro fatte di grattacieli stagliati sul cielo come foreste di vetro, acciaio e cemento: nei suoi due cicli più recenti, Leopapp si confronta con la metropoli contemporanea, con i suoi muri e le sue architetture, in opere presentate nel palazzo della Ex GIL di Campobasso, sede prestigiosa progettata da un grande architetto come Domenico Filippone.

Leopapp si ricollega infatti alla storia del paesaggio urbano che, a partire dalla pittura di veduta in poi, ha rappresentato uno dei temi centrali della storia dell’arte, un campo di interesse che ha ovviamente avuto un’accelerazione nell’ultimo secolo con lo sviluppo vorticoso delle metropoli moderne e post-moderne, irresistibile polo di attrazione per gli artisti più innovativi, senza dimenticare tra l’altro che in questo senso, paradossalmente, uno degli impulsi più forti è stato dato dal Futurismo italiano che sognava la città contemporanea in un Paese ancora fortemente rurale.

Tuttavia, in un simile quadro d’insieme, non si possono dimenticare il mistero di un certo Surrealismo nella sua rappresentazione allucinata della città visionaria, le correnti informali e gestuali , le ricerche verbovisive e l’astrazione geometrica, tutti elementi con cui Leopapp  dialoga, legando il suo lavoro a una rielaborazione di alcuni momenti centrali dell’arte del Ventesimo secolo.

Leopapp sviluppa infatti la sua ricerca attraverso un intreccio di immagini e slogan addensati come un labirinto caotico, metafora della complessità del mondo urbano e delle sue dinamiche stratificate, subendo il fascino della metropoli e del suo scenario articolato, fatto di magnificenza e di squallore, di maestosità e di miseria.

Il pittore lavora pertanto osservando la città da lontano, con lo sguardo del paesaggista che riscopre nelle forme dei grattacieli lo splendore degli alberi e delle montagne, o da vicinissimo, con l’occhio curioso del naturalista che si sofferma su piccoli brani di mondo analizzandoli con scrupolosa attenzione.

Questa mostra potrebbe essere dunque vista come un viaggio tra le polarità opposte dell’ordine e del disordine, due visioni dicotomiche in perenne e fecondo scontro, nella dialettica continua tra la volontà di dare una struttura armonica alle cose e la contemplazione della complessità che si accumula nel tumulto fremente che brulica nel nostro sguardo moltiplicando i nuclei focali della nostra attenzione percettiva.

In questo senso, per dare forma a questa visione binaria,  Leopapp utilizza molte opzioni stilistiche: l’elemento segnico, la pennellata veloce e tagliata come una sciabolata, la trascrizione della parete graffita e scarabocchiata, ma anche la stesura piatta e geometrizzante che ricostruisce le forme delle architetture nel suo modulo strutturale, alla ricerca di un filo conduttore che leghi tutti i suoi diversi percorsi visivi nel labirinto stratificato della metropoli e nei meandri della sue innumerevoli, possibili rappresentazioni.

L’autore passa quindi dal macrocosmo al microcosmo, guarda prima la città dall’alto come se arrivasse in volo, planando a volo d’uccello verso i palazzi all’orizzonte e scende poi tra le strade, nel loro fermento, nel turbinio umano e meticciato del mondo multiculturale, con i suoi scontri politici e sociali, con i suoi messaggi e le sue mescolanze.

Leopapp dipinge così opere dove la comunicazione si intreccia profondamente, fino quasi ad annullarsi, imponendo uno sforzo di immersione e di interpretazione per afferrare i suoi messaggi spesso ambigui e contraddittori, in una visione che afferra le sollecitazioni del tessuto urbano, i suoi codici e le sue informazioni iconiche e metaforiche, in un mosaico vibrante di graffiti e di colori, di simboli e di parole che costruisce il misterioso linguaggio collettivo delle metropoli contemporanee”.

 

 

Della  mostra personale “Flash City 3.0” tenuta a Capri negli spazi  della Galleria Cerio,  dal 4  al 12 luglio  2015,  il curatore  Prof. Massimo Rossi Ruben, scrive:

La vertigine del modernismo

L’arte di Leonardo Pappone

“[…] Artista pluridirezionato nella declinazione ipercromatica del modernismo, Leonardo Pappone muove ed esalta la propria relazione dialettica con l’arte procedendo tra due termini solitamente contrapposti, lo spazio e il volume. Si tratta in vero di un’ambizione – comune a molti artisti di tutte le epoche, profondamente indotti dalle sollecitazioni antitetiche del razionale – a cui Pappone allea la consapevolezza di un’astrazione meditata, di ricerca e recupero del dato formale. Pattern geometrico e addizioni compositive diventano, quindi, l’elemento costitutivo di un articolato linguaggio di segni e impianto modulare, attraverso la cui narrazione si dipana la metafora formale delle postavanguardie e del graffitismo.

Si può dunque individuare, in Leonardo Pappone, un’identità artistica di matrice pop, correlata alla formula estetica degli elementi architettonici verticali, risolta nel derma prospettico di talune citazioni di accademia, che certo richiamano l’ordine e la lezione di Mattia Moreni e il Chiesi dei fortunati esordi.

La pittura di Pappone è ricca di incantamenti, per certi versi singolari se posti a confronto con altre produzioni del convulso alveo del XXI secolo, perché non assimilabili  per intero a nessun movimento ma appunto per ciò attraibili  verso contesti diversi; rara prerogativa del senso eclettico, questa, che sdogana la sua arte trasversalmente, senza il preconcetto dell’appartenenza all’una o all’altra ideologia identitaria. Ricordare ascendenze può essere in luogo o fuori luogo, ma vengono in mente – specie nell’osservazione del ciclo stereometrico dello skyline –  i nomi della colonia di epigoni che da Klee a De Staël, passando per Morlotti ed Emilio Vedova, hanno tracciato l’acclive sentiero del costruttivismo. Nomi di artisti monumentali che indubbiamente fanno parte del percorso formativo di Pappone e dai quali egli ha tratto quella certificazione dell’essere “pittore” per essenzialità, in quella tensione drammatica di riduzione fino all’erebo del figurativo.

Sollecitato dalla lezione mandata a memoria degli ismi del Novecento, Pappone, dunque, propone le sue personalissime allegorie metropolitane fino a operare la scomposizione dei piani contigui a vantaggio di quel rigore astinente dell’action painting, con la dinamica gestuale e l’apparente casualità delle percolazioni di una tavolozza di acrilici di singolare suggestione naïf.

Questo suo procedere artistico sembra certamente ordinato secondo l’andamento sinuoso della sperimentazione, che declina e cadenza la sorprendente visione della contemporaneità, ricucendo quel rapporto – a vantaggio del “bello” oggettivo – con la pittura di tradizione e il collezionismo che certe tendenze antisistematiche hanno dilaniato.

Rapsodo nella tormentata impresa della recita perfetta, Pappone presenta – in questo selezionatissimo ciclo oggi in rassegna a Capri – il proprio icastico  repertorio dell’informale, dominato e qualificato da quell’ossessione per le verticalità e per le visioni urbane transoceaniche, rivelando il segno sottostante dell’autodidatta – mai defilato dal dibattito – giunto a maturazione con la volontà di testimoniare il peso espressivo di una pittura che non teme di attraversare i campi minati del citazionismo.

Nell’erranza interiore di questo procedere in un ordine molto prossimo, vi è   l’appetenza per la sperimentazione degli acrilici, una rêverie meditata che recupera il fabulatorio linguaggio dei “pittori” e che risana la frattura con la funzione decorativa del “quadro”, autentica consapevolezza di artista ed esteta nella vertigine del modernismo”.

 

 

Della  mostra “Graffiti”  tenuta a  Benevento, presso la galleria  “Artestudio-Gallery”,  dal 9 al 21 aprile  2016,  il  Prof. Mario Lanzione,  scrive il seguente testo critico:

I graffiti di Pappone

Riflessioni sulle opere esposte all’arte/Studio – Gallery di Benevento

“[…] Lungo i “tratturi” che segnano il cammino degli armenti, alla solitudine della transumanza i pastori cercano conforto nella contemplazione della natura; il silenzio diventa compagno di viaggio. Sono percorsi prestabiliti che simboleggiano i cambiamenti di stagione e la ciclicità della natura. Talvolta, la testimonianza del loro passaggio si riscopre attraverso una frase o un disegno scolpito nella pietra o nella corteccia di qualche albero. Sono segni che trasmettono l’esigenza dell’autore di testimoniare la propria presenza e l’affermazione di un’esistenza che, pur lontana dagli affetti e dal calore familiare, ha una sua consistente e oggettiva motivazione di vitalità e protagonismo.

Non a caso i graffiti, risalenti alla preistoria o più specificamente al periodo Neolitico, in tutto il mondo solitamente si trovano in alpeggi da pascolo, vicino a fonti e a laghi e rappresentano sia realtà della vita quotidiana pastorale e agricola sia figure simboliche e fantastiche. Prevalentemente prodotti per passatempo da pastori fermi a guardia di greggi che pascolavano nei dintorni o che si abbeveravano.

Il termine “graffiti” è dunque antico e sinonimo di vita quotidiana e, comunque, una chiara esigenza comunicativa o espressione primaria di un linguaggio artistico.

Nel tempo, questo mezzo espressivo ha assunto varie forme e significati: da quello politico a quello sociale, da atto vandalico a esteriorizzazione di un pensiero. Da David Alfaro Siqueiros all’attuale Street art, il graffitismo ha avuto molteplici evoluzioni sia come movimento artistico sia come comunicazione sociale e culturale. Un esempio lo abbiamo con il muro di Berlino ove le pitture rivelano una documentazione di memoria storica di grande rilievo e attualità.

Molte volte, però, nei centri abitati, quello di tracciare frasi sui muri è soprattutto il bisogno di divulgare le proprie delusioni nella dimensione psicologica che ne condiziona l’azione.

I “graffiti” di Leonardo Pappone sembrano la riproduzione fotografica di una realtà urbana o la trasposizione pittorica d’interventi scritti/grafici visibili sugli intonaci perimetrali di strade o vicoli di una città attraverso i quali, tra la casualità o la consapevole esternazione di sentimenti legati alla quotidianità (entrambi, per certi versi, vandalici), si evidenziano i segni e le testimonianze di una pluralità di persone con eterogenee pulsioni emotive. Come lettere scritte, chiuse in bottiglie sigillate e consegnate alle acque del mare, così i disegni o le scritture sui muri diventano messaggi di un proprio pensiero, affidati al destino di una lettura che potrebbe non avvenire mai. E’ l’espressione di una massa di uomini e donne che si muovono freneticamente; individui che si spostano (tra residenti, cittadini di aree limitrofi o turisti), che s’incontrano, discutono e accumulano delusioni e frustrazioni con l’irrefrenabile tentazione di lasciare le tracce del proprio “esistere”.

E’ per evidenziare quest’aspetto sociale che Pappone sovrappone scritte e segni sulla tela che indicano l’azione manuale di persone che trascrivono il loro anelito all’amore o l’incitamento alla lotta. Sono simboli di guerra che si confondono e si sovrappongono a quelli di pace o contestualizzazioni sociali che s’incrociano con quelle politiche. Può sembrare un groviglio di viscerali espressioni tra la casualità e la provocazione, tra il ricordo di eventi sociali e la testimonianza di vicende vissute ma, in verità, nelle opere di Pappone, è evidenziata l’idea di una società che segue il suo cammino, si evolve e miete anche delle vittime quando emargina le persone e le lascia nella loro solitudine esistenziale.

Personalmente preferirei definire la pittura di Leonardo Pappone come un’operazione di crittologia o di pittografia.

In effetti, “Copiare” delle scritture o disegni dai muri sarebbe come riprodurre una natura morta in un disegno dal vero. Pappone non ha un riscontro realistico di questo genere.  L’operazione pittorica del nostro artista, invece, è divisa in tre tempi: Primo – L’acquisizione di una realtà quotidiana nascosta tra le sovrapposizioni di segni e scritture -; secondo – La riflessione su come questi “segni e scritture” incidono sull’immaginario collettivo, nel rapporto tra l’anonimo autore e l’inconsapevole fruitore; terzo – L’intervento che l’artista, come un’“action painting”, esegue sulla tela con l’immediatezza della “casualità” pittorica.

E’ una delineazione di natura Astratta che conserva l’iconografia della forma in una raffigurazione, per certi versi “naif”, che si pone come obiettivo la chiara denuncia di quella che la società contemporanea produce.

Sono interventi che si muovono tra la razionalità della riflessione e l’irrazionale disposizione dei segni sulla tela. E’ un equilibrio tra l’ispirazione acquisita dalla realtà e l’inconscio che detta le linee guida dell’azione motoria della mano. Una gestualità sviscerata dalla sensibilità dell’artista che penetra nell’essenza di queste scritture e le decodifica, trasformandole in opere pittoriche con la pregnanza di un linguaggio personalizzato che conserva, tuttavia, alcuni aspetti misteriosi che solo l’artista può svelare.

Nel saggio introduttivo all’opera “l’alfabeto di Capogrossi”, Gillo Dorfles scrive: – Capogrossi, costituisce oggi, e costituirà domani per i futuri storici dell’arte del xx secolo un “caso” assai difficile: il caso di un artista isolato, che non ebbe maestri, e che non ebbe discepoli, che non partecipò a “manifesti” e a “proclami” e che – ed è questa un’altra delle sue peculiarità – offre un “simbolo presentativo” efficace e pregnante. Sono “segni significanti” che non appartengono alla “concettualità”. –

In sostanza, Leonardo Pappone non può essere “incasellato” in una corrente artistica ne lo si può far risalire a qualche maestro del passato e, i suoi “segni”, non appartengono alla “concettualità” ne possono essere paragonati ad uno “stampo industrializzato”. La sua pittura è spontanea, dettata da un’intuizione che lo rende attuale e originale.

Certo, Leonardo Pappone è un artista autodidatta ma, fare delle classificazioni o delle qualificazioni, è cosa difficile e inopportuna. Nell’arte Contemporanea quelle che contano sono le idee e l’abilità di esprimerle attraverso i materiali e le tecniche. Indubbiamente formulare delle idee personali ed originali, quando sembra che tutto sia stato fatto, è quasi un’utopia ma, nel caso di LeoPapp (come l’artista firma le sue opere) è proprio l’intelligenza dell’idea che prende importanza, diventa protagonista e che potrebbe costituire la formula vincente”.

 

 

Della mostra  “MADE IN ITALY” tenuta a Campobasso presso l’Università degli Studi del Molise- Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione – ARATRO- archivio delle arti elettroniche laboratorio per l’arte contemporanea , dal 15 giugno al 9 settembre 2016,  curata dal Prof.  Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio, è stato scritto:

“[…] L’ARATRO presenta una nuova mostra personale di LeoPapp (Leonardo Pappone), dove sono esposte una serie di opere realizzate appositamente per questa occasione nate come riflessione problematica in occasione del settantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana.

Tutte le opere in mostra hanno  infatti in comune il tricolore della bandiera italiana, senza avere però una banale funzione celebrativa, ma per proporre invece, anche in modo ironico e attraverso diversi media, uno sguardo lucido sulle complesse difficoltà, sul degrado e sui mali che affliggono il nostro Paese.

LeoPapp usa così la pittura, elementi polimaterici, calchi di busti antichi, sculture e installazioni per comporre un discorso unitario dove l’elemento del tricolore spicca come legante tra le diverse opere, in un vero e proprio percorso che l’artista delinea per sollecitare l’attenzione dello spettatore grazie al potere di attrazione percettiva delle arti visive.

Come ha dichiarato lo stesso artista: “l’idea della mostra nasce dal desiderio di cercare di dare nuova linfa vitale a un Made in Italy fatto di eccellenze, di bellezze uniche al mondo, di un patrimonio storico, paesaggistico, artistico, culturale-sociale da preservare e valorizzare, ma tante volte, troppe volte, oltraggiato, depauperato, danneggiato dall’incuria degli uomini e offeso da fattori criminali”. In modo rigoroso e apparentemente ludico, ma in lavori nati da una severa consapevolezza, LeoPapp propone quindi opere dedicate criticamente alla corruzione, al malaffare, alla criminalità anche economica, alla cattiva cura della cosa pubblica, ai tanti profittatori dei beni e delle risorse dell’Italia.

In questo modo LeoPapp vuole riscoprire il ruolo delle arti visive come strumento politico, non solo nella loro funzione di denuncia, ma anche nella loro identità costruttiva, per ritrovare la loro antica forza di analisi critica e di proposta creativa attraverso la forza archetipica e sempre rinnovata delle immagini”.

 

 

Il Prof. Giuseppe Leone, scrive :

“[…]  Leopapp  sorprende in misura di quella spaccatura, moderata e ricucita, tra l’anima del fanciullo e la razionalità dell’uomo pensante. A guardare le sue tele ci   si ritrova conturbati da un doppio movimento: da una parte il migrare libero dell’occhio tra le pennellate sciolte e dall’altra la struttura calibrata della tela. L’elemento del graffito,   ad esempio, che nasce come raffigurazione quasi  spontanea e affrancata da codici stilistici troppo rigidi, trova con Pappone un’interpretazione leggibile. Con i paesaggi   urbani, invece, quella pittura in azione, che tanto lo avvicina a Pollock, si   configura in poetica personalissima nelle scelte cromatiche e nella resa emotiva  del soggetto metropolitano. Leopapp è dunque pittore e artista dalla doppia anima, ludico ma razionale, spontaneo ma misurato, istintivo ma ponderato. Il risultato è una produzione capace di toccare   corde intime e profonde e, allo stesso  tempo, soddisfare i percorsi formali in cui lo sguardo si perde per poi, sorprendentemente, ritrovarsi”.

 

 

Piernicola Maria Di Iorio,   scrive :

“[…]  Leopapp rivela la storia, la esprime riportando gli umori, quello che vive, si profuma di consapevolezza per poterla raccontare; non si ferma davanti a nulla lui, sintetico e ammirevole per la vita che narra. Dipinge la sua terra emozionale vivendola e, con dimestichezza, si rende romanziere amorevole e contemporaneamente freddo analizzatore lungimirante.

Le sue opere sono riflessioni su quello che si è e di quello che si fa, Leopapp pone l’attenzione soprattutto sulle mancanze permeate   nell’universo contemporaneo.

Della vita, dell’amore, dell’attesa dipinge con naturalezza e dedizione, quelle sensazioni che alla fine non sono nulla di nuovo, solo la pazienza e l’audacia di poter vivere “belli”.

 

 

Angela Cerritello, scrive :

“[…] Leopapp dipinge il paesaggio urbano e lo dipinge con fare assai personale tanto da trasformare angoli e spigoli in segmenti vivi ed esplosivi. In ogni tratto, in ogni guizzo di colore si va allora decifrando l’armonia di una vita metropolitana attivissima. Le sue città sono città di luce e movimento che si stagliano sulle cromie fredde di una notte che si confonde con il giorno per la cinestesia palpitante dell’organismo urbano. Leopapp è leggero nel senso che leggera e vivace è la visione che si intravede nelle sue tele, quella di una città frenetica, ma armonica, veloce, ma genuinamente vitale. I suoi sembrano stimoli arrivati dritti dritti dall’incanto che i Futuristi  subivano dinnanzi all’elemento cinetico, così come qui sembra  celebrare quel Sublime Dinamico che faceva palpitare i Romantici, seppur trasposto in chiave urbana. Ed infatti con Leopapp, l’elemento urbano non solo si fa lirico, ma sembra avvicinare a quanto è fruibile con lo sguardo ciò che sembra intuire con tutti gli altri sensi: odori e rumori che qualificano le notti  nella Grande Mela. Ogni tela è allora una sinestesia, un piccolo miracolo di percezioni diversificate. Ma le si potrebbe anche definire una “madeleine” che  attiva una catena di ricordi, umori, vivide sensazioni che improvvisamente affiorano. L’artista  della metropoli sembra catturare l’anima, non vacui riflessi, ma organismi che respirano e si agitano e si addensano su una notte ancora tutta da vivere “.

Si riporta anche l’articolo a firma di Angela Cerritello, pubblicato su “Ildenaro.it” del 12.03.2016, Link: http://ildenaro.it/culture/232-culture/62642/un-po-mondrian-e-un-po-no-pappone-l-astrattista-che-si-guarda-intorno

Un po’ Mondrian e un po’ no: Pappone, l’astrattista che si guarda intorno .

“[…] Leonardo Pappone, alias Leopapp, è un avvocato con l’animo d’artista. O, forse, sarebbe più corretto affermare che è un artista sotto le vesti di un avvocato. Perché di certo non si può dire che Leopapp sia un pittore della domenica, tutt’altro. Scopre la pittura prestissimo, istintivamente. Poi la mette da parte per risentirsela esplodere, dopo molti anni, sotto le mani. Ricomincia a dipingere. Esplora, fonde stili, visioni, immagini senza preconcetti. Allo stesso tempo trova una sua dimensione dove far convivere l’eclettismo delle sperimentazioni ad un’impronta concettuale. Ma per raccontare il suo percorso dobbiamo prima fare un passo indietro, agli anni ’40, ad un uomo che fugge dalla guerra per rifugiarsi al di là dell’Atlantico. L’uomo in questione è Piet Mondrian che nel 1940 per la prima volta mette piede a New York. La città è un’esplosione di caos, traffico, luci, locali dove si balla sfrenatamente il boogie woogie. La grande mela ha un’influenza decisamente benefica sulla produzione dell’artista, il cui astrattismo geometrico traduce la forza vitale della metropoli in colori e rette.

Cosa c’entra tutto questo con Leonardo Pappone? Tutto, e nulla. Basta guardare la serie Flash City per comprendere quanto Leopapp sia vicino a Mondrian, nella capacità di trasporre l’anima vibrante di un luogo, attraverso tracce di pittura che delineano i profili dei grattacieli e conferiscono alla città un vissuto caotico. Ad allontanarlo, però, è una persistenza della rappresentazione che ci fa comprendere come Pappone non sia totalmente un astrattista. Ciò nulla toglie al suo lavoro, semplicemente lo riposiziona su un orizzonte più ampio. Gli astrattisti puri erano convinti che solo spogliando l’arte di passioni ed individualismi, si potesse giungere al nocciolo della realtà. Leopapp  no. Le sue tele vibrano come una corda: sono passione, potenza in accadere.

Sorprendenti sono poi i dipinti della serie Graffiti. Qui l’artista sembra convogliare tutto quel substrato urbano di scritte e scarabocchi che si sovrappone sui muri, portandolo su tela. Un po’ come a suo tempo aveva fatto Basquiat, gli dona, pur nel caos simboli e sbuffi di colore, un ordine, un senso. Sembra quasi che l’evoluzione di Pappone coincida con parte di quel percorso che l’arte ha fatto nell’ultimo secolo, nonostante ciò, non solo resta fedele a sé stesso, ma va ad aggiungere qualcosa di nuovo. Anzi potremmo quasi azzardare a dire che Pappone vada declinando una sintesi dell’astrattismo, ma un astrattismo che si guarda intorno, smettendo ad un certo punto anche di essere tale. Ecco perché Leopapp con Mondrian c’entra tutto e nulla. Leopapp ha trovato la sua New York nell’arte, un’oasi feconda per creare e sperimentare.

Chiediamo allora all’artista: che cos’è l’arte per Leopapp?

“E’ un modo continuo di osservare le cose, sia quelle  grandi che quelle invisibili, un mondo intero da scoprire continuamente, emozioni intime che hanno bisogno di essere condivise, sensazioni ed intuizioni da rappresentare  su vari supporti , con i colori ed i materiali più congeniali per esprimere  al meglio quello che la vita ci offre e che sta a noi raccogliere ed offrire agli  altri, in un ciclo relazionale che a volte mi inquieta  ma tante altre volte mi rende molto felice”.

 

 

“Flash City 4.0.” è la personale di Isernia presso la Galleria Cent8anta, Corso Marcelli, 180, Isernia, dal 22 settembre al 6 ottobre 2017. Della rassegna “Flash City”, scrive la curatrice della mostra Carmen D’Antonino  :

“[…] Addentrarsi completamente nelle opere di Leonardo Pappone significa attraversare un tempo senza fine e senza spazio nel quale prendono forma paesaggi urbani, labirinti geometrici, icone stilizzate di matrice primitiva avvolti da un linguaggio persuasivo ed astratto del colore.

Colore che non vuole rappresentare una determinata forma bensì coinvolgere, esperimento riservato agli artisti che hanno la capacità di far “parlare” i loro lavori.

Originale, se pur visto, è il mezzo per cui l’artista sceglie di lavorare; tele realizzate con la juta.

Si percorre un viaggio fiabesco in un città che si aggroviglia attorno ad una miriade di colori che “respirano” imprigionando la psiche dell’osservatore che immobile rimane esterrefatto difronte a tale bellezza.

Il brulicare e l’evolversi delle “Modern Cities, la sovrapposizione continua delle cromie, la frammentazione delle forme diventano protagonisti di un movimento, con vaghi richiami futuristi, animati da una sensazione di movimento nella stasi, un ossimoro che produce un effetto inizialmente destabilizzante ma che trova nell’insieme il suo aspetto compiuto.

La sua natura bene si inserisce nell’arte contemporanea italiana in quanto risente del sogno americano che ha caratterizzato una intera generazione che traspare in modo inequivocabile nei richiami alla grandiosità dei paesaggi rappresentati di fronte ai quali l’uomo avverte un senso di piacevole smarrimento

Le linee, i pigmenti, i materiali usati volutamente esprimono un senso di irrequietezza esistenziale che non può non risiedere nello spirito più profondo di un artista.

Concludendo, nello sterminato panorama della pittura moderna un’artista come Leonardo Pappone ben si inserisce sul solco dal quale sono partiti “Sironi, Festa, Fioroni” ed altri grandi della pittura del Novecento italiano”.

Della rassegna “Flash City”, scrive il direttore artistico e gallerista l’Avv. Gennaro Petrecca  :

“[…] L’arte di Leonardo Pappone costituisce la riprova che le teorie di Jung hanno un fondamento scientifico certo, che la personalità umana è il più grande mistero dell’Universo, che in ciascuno di noi si verifica, per motivi inspiegabili, uno sdoppiamento se non una frammentazione della personalità. […]

Pappone è inoltre un artista coraggioso nella misura in cui si inserisce in un filone già battuto da alcuni giganti di una genialità assoluta che hanno caratterizzato l’arte contemporanea lasciando un solco tracciato e difficilmente ripetibile in senso manieristico, pensiamo a Basquiat, ad Aboudia, a Bansky nella street art, ad alcuni futuristi, a Rauschenberg, a Pollock fino alle linee spezzate di Paul Klee tanto per citarne alcuni che mi vengono di getto.

Ma qual’e’ il filo conduttore di questo genere di pittura informale, poco compresa, direi quasi maledetta al pari di alcuni versi di Baudelaire, di Celine, dello stesso Carmelo Bene?

Certamente una inclinazione alla dannazione, alla visione della società ed al mondo che si vive come qualcosa di “altro” rispetto alla propria spiritualità, un mondo che diviene per l’artista fonte di ispirazione come una sceneggiatura teatrale che l’istinto più profondo vuole riportare su tela, in un installazione, fermare in uno scatto fotografico come immagine sublime, irripetibile.

Ho seguito la pittura di Pappone dall’inizio pur non conoscendolo di persona, e questo mi agevola in una analisi asettica, e mi ha sempre interessato questa evidente inquietudine di un uomo apparentemente “sano”, una pittura che ha avuto una sua evoluzione logica e sistemica in un graduale passaggio da una fase di art brut, più di pertinenza dei graffitari e molto di maniera, ad uno scivolamento verso la figurazione che ha definito meglio le capacità tecniche del suo pennello.

Una serie di landscapes e di city sono agglomerati visibili nel loro insieme ma frammentari, intermittenti, tratti discontinui, linee spezzate che ben rappresentano la frammentazione esistenziale dell’Io moderno, la solitudine nella moltitudine, quasi un segno che ognuno di noi lascia nel proprio passaggio terreno che in Pappone diviene un segno materico, di colore intenso, pastoso e violento. Cio’ nonostante i notturni, la luna occhieggiante nel fondo delle tele, un profilo montuoso che si intravede danno un senso di compiutezza estetica, di architettura che richiama involontariamente le iconografie classiche dei paesaggisti ottocenteschi.

Si tratta in definitiva di una pittura “animata” nella quale riecheggia il rumore di fondo delle metropoli attuali, dove ogni macchia di colore è un “non spazio” abitativo, in cui aleggia la vita, in cui si gioisce, si ama, si muore.

Il tutto nella compiutezza di una architettura complessiva studiata, meditata nella sua verticalità che richiama a quel senso di pace che l’uomo ha sempre cercato volgendo lo sguardo al cielo”.

 

 

Della mostra personale  a Ravello, dal  1° Aprile  al 31 Maggio 2018, curata ed allestita da Augusto Ozzella (Associazione culturale Cosmoart),   dal titolo  “L’arte di Leonardo Pappone”,  nei suggestivi spazi di Belmond Hotel Caruso, scrive  Massimo Rossi Ruben, curatore degli apparati critici :

“[…] Leonardo Pappone può a ragione essere definito  un artista di intuizione, che dopo aver mandato a memoria il manifesto del secondo Novecento, ne rimedita gli stilemi a vantaggio di un’estetica che echeggia i fortunati esordi del costruttivismo in Italia, intrisi di quella vigoria nella scomposizione dei piani che ancora accoglie la lezione dei grandi protagonisti del rinnovamento.

Entusiasta della modernità, dunque, Pappone presenta la propria rêverie dominata da quell’ossessione per il graffitismo e le visioni urbane, rivelando il proprio impegno di artista giunto ora nella pienezza consapevole del proprio tempo,   con  la riconoscibilissima formula che tracima  quinte ed architetture fino a stemperarsi nella verticalità dei volumi.

Protagonista del sintetismo cogente, Pappone opera il proprio lessico di incantamenti nel tormentato cammino del XXI secolo, con il temperamento e l’emozionato pudore di homo faber in continuo colloquio con la propria arte, che deve a se stessa la possibilità di distinguersi da schemi e moduli usitati, perché è frutto di una profonda esigenza sentimentale ed umana”.

Della mostra personale ad  Eboli (SA), dal titolo : Visioni Urbane,   curata dallo storico e critico d’arte  Gioia Cativa, dal 13 ottobre  2018 > 31 dicembre 2018, con  l’Apertura straordinaria del Museo Archeologico Nazionale di Eboli,  in occasione  della  14^ Giornata del Contemporaneo, evento patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali polo museale della Campania, dalla Città  di Eboli e da  AMACI – Associazione dei musei d’arte contemporanea italiani, nell’ambito del “Concetto di casa nel tempo”  a cura di  Giovanna Scarano,   Direttore del Museo Archeologico,  che scrive :

 

“[…] Visioni Urbane  al Museo Archeologico di Eboli.

“La Giornata del Contemporaneo, promossa dall’Associazione dei musei di arte contemporanea italiani (AMACI) , è diventata uno degli appuntamenti ai quali il Museo Archeologico di Eboli e della media valle del Sele aderisce intendendo mostrare e dimostrare lo stretto e naturale legame esistente fra archeologia ed arte contemporanea, evidenziando la continuità del percorso storico nel quale le esperienze del passato rappresentano naturalmente le fondamenta sulle quali si costruiscono sempre ed inesorabilmente Presente e Futuro.

Quest’anno sono le opere di Leonardo Pappone, pittore ormai noto nel mondo artistico, che ci permetteranno di cogliere il filo diretto che collega l’Oggi al Passato, attraverso quelle che lui stesso definisce Visioni Urbane . Si tratta di frammenti di città costituiti da grattacieli, a volte scuri, grigi, e allora sembrano spenti, a volte molto colorati, e allora appaiono vivi, ma tutti s’innalzano e si protendono verso l’alto, ma coloro ai quali quegli spazi sono destinati non s’intravedono mai!

Chiudendo gli occhi appare immediato e del tutto naturale ritornare alle prime abitazioni dell’uomo, che poi tali non erano, almeno secondo quanto s’intende normalmente per abitazione. Erano infatti rifugi, ripari esistenti in natura che garantivano una protezione dagli agenti atmosferici, dagli animali affamati, poi la nascita e l’evoluzione riprende dalla semplice capanna che via via si differenzia, e non solo a seconda delle caratteristiche dei luoghi in cui sorge, poi le prime case in pietra, in muratura, le maggiori dimensioni e il moltiplicarsi degli spazi e delle relative funzioni e degli abbellimenti vari diventando sempre più espressione della classe sociale di appartenenza .

Il vero concetto di casa, però, va oltre lo spazio fisico e la tipologia delle strutture che lo definiscono, essa rappresenta un’idea, un desiderio. Nell’inconscio di ciascuno è un luogo sacro dove ci si prende cura di sé e di coloro ai quali si è legati da legami di sangue e di amore, dove vive, o dovrebbe vivere, il vero IO, libero da ogni obbligo sociale, da ruoli e regole sedimentate e codificate nel tempo. E’ il luogo in cui ciascuno manifesta la propria Umanità , dove non c’è l’ansia di doversi sempre e soltanto mostrare al meglio, e dimostrare il proprio prestigio. Ci si chiede però: il ritmo serrato e frenetico imposto dalla nostra quotidianità ci lascia liberi quando siamo a casa? O meglio, la nostra casa è ancora in grado, se lo è stata mai, di offrirci quel confort che pubblicizzano i costruttori? E’ possibile, quando si è in casa, non permettere all’Esterno di entrare?

Un architetto potrà di certo progettare un’abitazione funzionale alle esigenze della vita attuale, ma nessuno potrà mai assicurare allo spazio temporale in cui si vive al suo interno il senso di calore ed intimità che dovrebbero appartenerle. Si potrebbe affermare che la vera casa può costruirla ognuno di noi con il proprio mondo intimo , con la propria essenza di essere Umano che è Amore nel senso più ampio del termine, abitare in una casa di certo non vuol dire semplicemente occupare uno spazio.

Pertanto uno dei più piccoli ed angusti appartamenti di uno svettante grattacielo può contenere gioia e tranquillità mentre la dimora più spaziosa ed artisticamente ricercata può diventare fredda ed anonima.

In fondo: la casa siamo NOI.

Mi sembra infine opportuno sottolineare come i manufatti che noi riteniamo appartengano all’Arte vanno sempre interpretati non come potrebbe ritenere l’autore ma come sente chi le osserva e legge, perché una volta formate le opere diventano in qualche modo altro da chi le ha concepite, prestandosi a letture diverse legate a chi sta loro di fronte”.

Della mostra, scrive  Gioia Cativa , storico e critico d’arte :

 “La città è una stupenda emozione dell’uomo. La città è un’invenzione; anzi: è l’invenzione dell’uomo.

(Renzo Piano)

“[…] Le rappresentazioni di città, siano esse simboliche, reali o ideali, hanno trovato sin dall’antichità uno spazio ben definito nelle arti figurative. Immagini urbane accompagnate da scene di guerra e di conquista, sono già presenti nell’arte delle popolazioni mesopotamiche. Nelle immagini medievali la rappresentazione della città si arricchisce della cinta muraria ed inizia ad essere vista dall’interno con degli straordinari risultati pittorici, come nell’affresco “Effetti del buongoverno in campagna ed in città” di Ambrogio Lorenzetti. Continua a sopravvivere, inoltre, soprattutto per scopo celebrativo, la rappresentazione metonimica della città attraverso il monumento isolato o l’accostamento degli edifici più celebrativi. La tappa successiva è l’immagine della “città ideale” rinascimentale, nella quale spazi urbani e strutture architettoniche diventano razionali fino ad arrivare al XVII secolo, nel quale inizia un processo che porta all’affermazione della veduta urbana, orientata verso gli aspetti essenziali e verso una nostalgia che unisce vecchie rovine alle strutture contemporanee. Risulta chiaro, andando avanti nei secoli, che il fascinoso tema della città abbia spinto ed ispirato moltissimi artisti e conosciuto una fortuna rappresentativa durante il boom della rivoluzione industriale, rivelando una molteplicità di aspetti e proiezioni.

Ma lo sviluppo della città ha sempre diviso sul lato emozionale. Non sempre il progredire delle “cities” ha trovato appagamento e soddisfazione in tutti. Ci sono stati artisti che ne hanno esaltato lo sviluppo urbano, sottolineandone le enormi potenzialità da mega agglomerati urbani, mentre altri ne hanno evidenziato il caotico ammasso umano come un girone infernale 2.0 che neanche il sommo Dante avrebbe potuto immaginare.

Ora, l’idea di allestire all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Eboli e della Media Valle del Sele, alcuni dipinti dell’artista Leonardo Pappone, in arte Leopapp, a molti potrebbe sembrare un accostamento forzato quando in realtà è un avvicinamento dicotomico capace di creare un filo invisibile che nasce dalla lontana Età del Bronzo per arrivare ai nostri giorni. Un museo come quello di Eboli raccoglie reperti di civiltà perdute permettendo un’attenta analisi degli usi e costumi dei primi uomini. Mettere a confronto il lavoro di Pappone, personalmente, risponde ad un’esigenza che nasce dalla necessità di un confronto fra il passato ed il presente.

Questo artista ha creato un proprio sistema codificato attraverso il quale dipinge ed entra in contatto con l’esterno, lavorando in modo totalizzante sulla dimensione segnica. Rimasto sin da subito colpito dall’arte rupestre e dalla nascita dell’arte urbana o street art, Pappone ha compreso il reale valore allegorico di un insieme di segni che, seppur lontani anni luce dall’arte che siamo soliti conoscere ed apprezzare, ha avuto grande consenso. Ha creato un codice urbano espressivo che, nel corso degli anni, si è evoluto in discorsi sempre più pittorici pur rimanendo ferma e decisa la natura del segno che connatura la sua produzione. Dai segni urbani è passato alla rappresentazione urbana che viene presentata in “ Visioni Urbane ”, una serie che mostra l’interesse per la città futura, in continua espansione e sinonimo di dinamismo e velocità, termini profetici per i futuristi, realtà collaudata oggi. Pappone costruisce paesaggi metropolitani che sembrano “soli”, lasciati a sé stessi come risucchiati all’interno di un’invisibile cupola in stile Stephen King.

Grattacieli, skyline metropolitani, forme d’acciaio e cemento armato che si ergono svettanti in un moto ascensionale vibrante, vivi e dal tocco impressionista. I dettagli vengono dati da colpi veloci e decisi, tratti brevi ma ugualmente profondi. Non esiste alcuna staticità in queste forme verticali ma emerge il dinamismo e il movimento continuo di città che pullulano di persone, che non ci sono ma che si percepiscono in un gioco di luci ed ombre. Un’umanità invisibile, presente nell’assenza.

Se il colore e il codice urbano hanno caratterizzato la produzione precedente, qui comunque è percepibile un’attenta osservazione della società d’oltreoceano, a quell’americanità che ha influenzato intere generazioni dal dopoguerra. Tutto è sontuoso, esageratamente spettacolare, enfatizzato dalle megalopoli che, dal modello americano, nascono in paesi dove determinati tessuti urbani, un tempo, sembravano impensabili.

Ora, però, Pappone ritrova nella semplicità del segno un altro modo per comunicare con forza i suoi messaggi. Al dominio del colore viene alternato un affascinante bianco e nero, dove la dimensione turbolenta delle city sembra trovare una quiescenza, una dimensione più sonnolenta ma ugualmente viva. Il segno, in questa serie di lavori, diventa un ibrido fra le pennellate impressioniste e le macchie di colore tipiche del dripping e del colorismo americano, così studiate nella loro apparente spontaneità da sembrare lampi di luce, metafora del movimento veloce e continuo nelle strade.

Nella nuova era delle costruzioni e delle nuove città, pertanto, Pappone ha scoperto una poetica che riesce, in modo assolutamente personale, a descrivere nuove realtà urbane, riuscendo a donare un sottile velo malinconico alle moderne colate di cemento e ad imponenti strutture in ferro e acciaio. La nostalgia, però, nasce dalla consapevolezza che determinate strutture cittadine sono perse per sempre; città a misura d’uomo e soprattutto ad altezza d’uomo sono ormai un ricordo, sostituito da un verticalismo sempre più in ascesa”.

 

 

Si riporta anche l’intervista di Simona Cappuccio, pubblicato su ” Ilkim.it ” del 21.10.2018,

Link: http://ilkim.it/larte-di-leopapp/

“[…]  UNA NUOVA MOSTRA DAL TITOLO VISIONI URBANE. LEONARDO PAPPONE, IN ARTE LEOPAPP, TORNA CON UNA SERIE DI OPERE NELLE QUALI LE CITTA’ SONO NUOVAMENTE LE PROTAGONISTE INDISCUSSE.

Roma – Ho conosciuto l’arte di Leonardo Pappone, o meglio di Leopapp, qualche anno fa proprio nella Capitale. Colori, forme e profili di città che catturano l’osservatore, richiamandolo a sé. In effetti, la prima cosa che pensai di fare una volta uscita dalla mostra fu quella di programmare un nuovo viaggio. Meta: New York o qualche altra metropoli da conoscere in giro per il mondo. Oggi, però, l’artista beneventano torna con altre opere, nelle quali le città sono ancora le protagoniste indiscusse.

Direi di cominciare dall’inizio. Chi è Leopapp?

“LeoPapp” è  lo pseudonimo col quale firmo le mie opere, una sorta di sintesi scherzosa tra il mio nome e cognome, Leonardo Pappone. Sono nato nel 1958 a Montefalcone di Val Fortore in provincia di Benevento; al termine degli studi universitari ho intrapreso la carriera dirigenziale negli apparati dello Stato, senza mai dimenticare l’arte, che è sempre rimasta il mio interesse primario extra-professionale.

Come nasce la tua passione per la pittura?

La pittura, o meglio la voglia di esprimermi non solo con la pittura ma con le forme, gli oggetti, i segni, i colori sempre più addensati e i materiali di riciclo, risponde ad un preciso bisogno espressivo che ho sempre avuto sin da ragazzo. Poi la vita segue altre strade, i desideri devono convivere con le necessità. Il lavoro, la famiglia, gli impegni professionali. Il mio percorso inizia quindi da autodidatta. Tuttavia, sempre in gioventù avevo partecipato a dei concorsi estemporanei, e successivamente ho avuto la fortuna di conoscere tante persone dotate di spiccate sensibilità e artisti, i quali hanno finito per arricchire la mia voglia di creare, di inventare, di riscoprirmi. Di fare arte in questo modo, forse in maniera inconscia, dando così un forte sostegno ed entusiasmo a questo imprevisto percorso che è ripartito dopo circa trent’anni di forzato oblio.

Dipingere è dunque una passione riscoperta nella maturità. Ma quale è il senso della pittura nella tua vita?

Oggi sono consapevole e posso affermare che la pittura, o meglio la voglia di rappresentare quello che ritrovo in me a distanza di tempo, è una sorta di riscoperta archeologica: come se scavandomi dentro riaffiorassero ricordi, frammenti e cocci di un passato lontano. Ma è anche una sorta di ricerca di me stesso e del legame con il mondo, qualcosa di molto ampio, un interesse totalizzante che mi stimola nel presente e mi spinge verso il futuro, che è sempre qualcosa di misterioso. Al centro dei miei lavori, infatti, c’è l’uomo con tutti i suoi misteri  e segreti (anche se quasi sempre non appare). Cerco insomma un mio linguaggio attraverso l’affascinante ricerca dell’origine dei segni, ripercorrendo le tappe evolutive dall’arte rupestre al fenomeno dei graffiti statunitensi o quello dei murales messicani e degli intonaci orientali. Sono molto attratto dalla Street Art, dalle tematiche dei writer metropolitani e sostanzialmente da tutto ciò che presenta conati d’innovazione o forme d’opposizione e protesta alle convenzioni.

Pittura non solo come hobby ma come necessità di comunicare con chi osserva. Come è il tuo rapporto col pubblico?

E’ necessità di comunicare direttamente con l’osservatore senza filtri, senza inibizioni, in un rapporto diretto senza intermediari. Anche se è opportuno sottolineare che – a mio avviso – qualsiasi opera d’arte deve essere sempre libera da vincoli d’interpretazioni. Una volta esposta, l’opera non è più solo tua e, quindi, come tu autore ritieni di vederla, ma vive di vita propria, è come la sente chi la osserva. In questo senso, il rapporto con il pubblico è per me qualcosa di molto particolare, che amo molto e mi consente di entrare in contatto con coloro che osservano i miei lavori, confrontando significati, idee, concetti, visioni.

Il tuo iter creativo: come avviene e secondo quali modalità?

Non ho un bozzetto preciso da cui iniziare un lavoro, né uno schema rigido da seguire. Lascio semplicemente che i soggetti vengano fuori quasi da soli, affiorino in superficie e prendano forma autonomamente. Amo confrontarmi con gli spazi, le dimensioni, il concetto di pieno ed il senso di vuoto. Ricorro poi a tecniche eterogenee e modalità applicative che possono sembrare inusuali, utilizzando spatole e altri utensili “non convenzionali” rispetto ai classici pennelli. Creo commistioni tra materiali diversi e mi diverto a utilizzare vernici, spray, colle viniliche, leganti e smalti industriali, arricchiti dall’uso di glitter o residui di lavorazioni industriali. Riutilizzo sacchi di juta per il trasporto dei chicchi di caffè e riciclo oggetti di plastica, carta e altri materiali di scarto, nel tentativo di conferirgli nuova vita o rianimarli ed evitare un ulteriore consumo di energie e materie prime.

Le città, sono un soggetto ricorrente nelle tue opere. Perché?

Osservo la realtà, guardo le strade, i palazzi, le crepe sui muri, scruto gli edifici, le cose grandi e piccole, ma che siano capaci di colpirmi, di stimolarmi, di trasmettermi una carica a livello sensitivo per poi riportare ed esprimere al meglio l’idea immaginaria che emerge da tale procedimento interiore. Ecco come nasce la visione della city, come luogo brulicante di grattacieli, spazi vitali, blocchi di volume capaci di accogliere e unire in nuove tribù tante persone, unendole o avvicinandole. Voglio rappresentare una sorta di esplorazione delle vibrazioni e tensioni che affiorano dal tessuto urbano, sempre più caotico, multietnico con tendenze xenofobe e potenziali conflitti razziali. Un turbinio meticciato dell’attuale mondo multiculturale, dove la comunicazione sfocia, spesso, in messaggi ambigui e contraddittori . Le mie città vogliono essere il racconto di simbologie, codici moderni, segni incasellati in un mosaico intenso di energia che ravviva colori e icone raffiguranti il misterioso linguaggio delle città contemporanee. Mi interessano, poi, la visionarietà costruttiva, l’architettura degli edifici, i bozzetti e i processi costruttivi ingegneristici; m’ispirano molto non solo le opere della Street art ma anche il fervore e la spinta dei Futuristi. Sono infatti particolarmente attratto dalle suggestioni dell’opera di Boccioni. In definitiva, più che un’arte solo contemplativa ed estetica, mi interessa molto misurarmi con la capacità d’interagire e modificare lo spazio e l’ambiente circostanti. Con la progettazione e la costruzione di visioni che guardano al futuro.

L’ultima mostra s’intitola Visioni Urbane: prevedi di portarla in giro per l’Italia?

La mia ultima mostra è innanzitutto ospitata dal Museo Archeologico Nazionale di Eboli (SA), e vi rimarrà fino al 31 dicembre 2018. E in seguito, sì, spero di portarla in giro per l’Italia e all’estero. La curatrice è Gioia Cativa, storico e critico d’arte, nell’ambito della Giornata del Contemporaneo, promossa dall’Associazione dei musei di arte contemporanea italiani (AMACI). E le mie opere sono state scelte dal direttore del Museo Archeologico di Eboli e della media valle del Sele, Giovanna Scarano, per cogliere nell’ambito del concetto di “casa nel tempo” il filo diretto che collega l’oggi al passato, attraverso le visioni urbane appunto. La mostra tratta quindi di agglomerati urbani, scorci di città, skyline, panorami che delineano e delimitano non solo la nostra vista ma anche, e non solo metaforicamente, la nostra vita. Abbracciano e racchiudono noi stessi, le nostre sensazioni, a volte vissute in maniera positiva e quindi rappresentate da colori brillanti e intensi, altre volte invece contrassegnate dal disagio o dall’inquietudine che ci assale e perciò raccontate su sacchi di juta, in modo monocromatico e con tonalità scure. E’ un modo di pensare all’uomo: la stessa scelta della juta come materiale dove addensare i colori delle visioni, con le sue trame irregolari, ad esempio, vuole rappresentare la nostra pelle, le nostre fragilità di uomini. E’ un racconto contemporaneo della transumanza umana, qualcosa che si muove, che cammina, ci trascina quando tutto sembra fermo e statico”.